Un invito agli artigiani del Ticino

Una storia di 30 anni
che merita un nuovo capitolo

Ho ancora negli occhi la delusione e il rancore degli artigiani costretti a chiudere le bancarelle del Mercatino di Lugano. Mi ricordano che per loro l’annullamento di molti mercatini ha avuto pesanti conseguenze economiche.

Fortunatamente, nel 2020, per gli artigiani ci sono state anche alcune luci.
Molte persone hanno fatto acquisti nei negozi di Dongio, Maggia e Sonogno; Internet e i mercatini virtuali (anche su Facebook) sono poi stati l’opportunità per farsi conoscere e, fortunatamente, anche per vendere.

Le due facce di questa medaglia confermano che l’Artigianato del Ticino ha bisogno di soluzioni che aiutino i consumatori a riconoscere l’autenticità e la qualità dei prodotti e gli artigiani a venderli.

Una soluzione può essere il rilancio del marchio «Artigianato del Ticino».
Un marchio voluto già nel 1987 per rendere facilmente riconoscibili i metodi di produzione, l’uso di materiali legati al territorio (legno, pietra, tessuti, paglia, metalli, ecc.) e una coerenza con la tradizione ticinese anche se aggiornata e adattata alle nuove esigenze dei clienti.
Dopo un lavoro di preparazione, con la consulenza di Alpinavera, è giunto il momento di discutere la soluzione con tutti i diretti interessati e di preparare decisioni che solo loro possono prendere.
Per questo, entro fine mese, l’Ente Regionale per lo Sviluppo del Luganese (ERSL) intende avviare un Gruppo di lavoro per esaminare con gli artigiani i documenti preparati con l’aiuto di Alpinavera e «cucirli su misura» alle esigenze comuni; preparare un piano di azione per gli anni 2022-2023 e cercare i necessari contributi finanziari; contattare tutti i potenziali interessati e, con loro, dare avvio alla nuova gestione.
Obiettivo del Gruppo di lavoro è convocare, entro metà ottobre 2021, un’assemblea di artigiani che segni l’inizio di una nuova pagina nella storia dell’«Artigianato del Ticino».
Chi fosse interessato, volesse saperne di più e magari partecipare attivamente può annunciarsi scrivendo a oleggini@arsl.ch.

Matteo Oleggini

Notte di San Silvestro 1990

Il cursore color arancio lampeggia sullo schermo nero del laptop.
Il resto della casa è in silenzio e al buio.
Sono solo; Mariagrazia, Lorenzo e Francesco sono in montagna a festeggiare con un gruppo di amici.
Domani, Capodanno 1991, devo lavorare.
C’è da preparare un nuovo numero del Popolo e Libertà.

Per la prima pagina ho le idee chiare: gli auguri di Buon Anno di Flavio Cotti, presidente della Confederazione nell’anno del 700.mo, quelli di Renzo Respini presidente del Governo del Cantone Ticino e l’appello di Luigi Pedrazzini, presidente del PPD: «Tutti al lavoro» in vista delle elezioni di aprile.

Manca ancora il mio articolo.
Nella mia testa è pronto. È cresciuto negli ultimi giorni, alimentato dalla passione per il giornalismo e dall’impegno per il giornale e il PPD ma anche dalle frustrazioni per il troppo tempo che la redazione ruba alla mia famiglia e ai miei figli, le solite difficoltà finanziarie del giornale, il costante calo del numero degli abbonati e della pubblicità, una redazione troppo ridotta per provare a fare il quotidiano come lo vorrei.
Ma… il cursore continua a lampeggiare.

Ho ancora dubbi, non per il contenuto ma per le reazioni che l’articolo potrebbe suscitare tra gli abbonati più fedeli e tra le fila delle «truppe azzurre». Poi comincio e il flusso delle parole diventa impetuoso.

«Novant’anni fa, il 1. gennaio 1901, veniva pubblicato a Locarno, stampato dalla Tipografia Artistica di Vincenzo Danzi e Co., il primo numero di «Popolo e Libertà», giornale ufficiale del Partito Conservatore Ticinese».
Nel corso degli anni, il Popolo e Libertà aveva saputo essere una voce importante della stampa ticinese e vivere anche momenti di splendore, in particolare «negli anni tra le due guerre mondiali difese posizioni antifasciste ospitando scritti di don Luigi Sturzo e di fuoriusciti italiani» (1).
Ma «il novantesimo compleanno giunge in un momento particolarmente difficile della vita del Popolo e Libertà […]. In queste condizioni, quale appello lanciare agli abbonati e al Partito? […] Inutile rinnovare in termini generici il richiamo “alla concreta disponibilità a sostenere il nostro giornale”, o ad una “prova di fiducia nel sostenere e divulgare il quotidiano”».
Per superare le difficoltà e dare un futuro al Popolo e Libertà è urgente interrogarsi sulle nuove sfide dell’informazione di partito: esigenze, obiettivi e… risorse a disposizione. «Tutte le possibilità restano aperte» ma personalmente non ho dubbi: «escludo l’ipotesi del quotidiano e mi schiero a favore […] di un Popolo e Libertà settimanale […] che svolga un compito di informazione e formazione costruttiva e mediata».
L’ho scritto. Ho sputato il rospo.
Adesso posso concludere con il richiamo agli impegni elettorali del PPD nel 1991 e assicurando ai dirigenti e alla base l’impegno della redazione a sostegno dei loro sforzi.

A 30 anni di distanza rivivo quella notte e – grazie all’Archivio digitale Sbt dei quotidiani e dei periodici – rileggo quell’articolo nel quale ritrovo tutti i sentimenti di allora ma anche alcuni spunti che restano di attualità.

Quale fu il seguito?
Alcuni giorni dopo (5 gennaio) il presidente del PPD si prese la responsabilità di confermare che, per il Popolo e Libertà c’era una «missione che deve continuare» malgrado il «quadro a tinte oscure del presente e del futuro» che avevo tracciato. Per questo, dopo aver espresso la speranza che «la trasparenza sia pagante, non dubitando che l’obiettivo delle “confessioni” di Oleggini è […] fare il bene del giornale», Luigi Pedrazzini volle «creare una visione più serena sulla non mutata funzione e indispensabilità del nostro giornale».

Il mese di aprile, il PPD riconquistò, con Alex Pedrazzini un secondo seggio in Consiglio di Stato.
Nel corso dell’estate, ho lasciato la responsabilità del Popolo e Libertà per diventare direttore dell’Ente turistico Valli di Lugano. La direzione del quotidiano fu affidata a Michele Ferrario, giornalista RSI.
Durante l’estate 1991, il Popolo e Libertà ha rinunciato all’edizione del lunedì e, dopo le elezioni federali (ottobre 1991) e comunali (1992) «usciva a singhiozzo, una o due volte la settimana» (1).
Luigi Pedrazzini lasciò la presidenza del PPD a Fulvio Caccia che mi chiese di collaborare al progetto di un Popolo e Libertà settimanale, alla redazione della linea editoriale ed anche di un nuovo progetto grafico.
Regalai al giornale una parte delle mie vacanze del 1992, per preparare il numero 0 (presentato al Congresso cantonale del 14 novembre 1992) e assicurare la pubblicazione dell’ultimo numero di quell’anno.

Il primo numero del settimanale Popolo e Libertà è stato pubblicato il 14 gennaio 1993 e la direzione fu affidata al prof. Giorgio Zappa.
Nel frattempo, io avevo lasciato l’Ente Turistico (al termine di un anno e mezzo di prova) per tornare in redazione e curare la gestione amministrativa della nuova società editrice del Popolo e Libertà guidata da Luigi Pedrazzini.

A pagina 2 di quel primo numero leggo oggi un contributo di l.p. che, trent’anni dopo, mi aiuta ad archiviare in modo sereno le ombre della mia esperienza nella redazione del Popolo e Libertà tra il 1987 e il 1991 (e tutte le volte che mi sono sentito «messo in croce»).
Rivolgendosi ai lettori de «la pagina nuova di un vecchio libro» Luigi Pedrazzini rivolge un ultimo consiglio ai lettori «non cercate il pelo nell’uovo, l’errore di stampa, l’inversione di titolo o di didascalia per poter dire: ma che prodotto è mai questo, come sperano, illusi, di sfondare. Trucco vecchio, amici, quello di trovare una ruga per poter dire: non t’amo, ti lascio. O c’è la volontà o lasciamo perdere. Ma per favore non mettiamo più in croce nessuno per un piccolo errore, per l’impaginazione, per la grafica.
Giudizi di ben altro livello e tono meritano la storia e la dignità di questo giornale e chi, per passione, non per denaro, lo fabbrica».

(1) Giornalismo nella Svizzera italiana 1950-2000 (vol. II); Enrico Morresi, 2017; Armando Dadò editore

«Catopleba», a volte ritornano

Giorni di fine anno. Un tempo di passaggio nel quale mi piace lasciar correre la mia curiosità compulsiva e «cavalcare l’onda» di stimoli e informazioni con la preoccupazione di «sfuggire ai pericoli del pensiero lineare».

In questi giorni ho riscoperto Nuovo e Utile, il sito di Annamaria Testa, ho partecipato ad un webinar con Giovanni Luccarelli (e il suo libro Fai brillare la tua creatività) e ho incontrato per la prima volta Roberto Bonzio e i suoi Italiani di frontiera.
A Roberto devo l’immagine del surfista che cavalca l’onda delle informazioni e del cambiamento che mi ricordato «I barbari. Saggio sulla mutazione» di Alessandro Baricco.

Surfando, ho incontrato anche Il Tascabile che questa settimana propone catopleba, quale parola della settimana

catoblèpa (alla lat. catòblepa) s. m. [dal lat. catoblĕpas -pae, gr. κατωβλέπων o κατώβλεπον o κατῶβλεψ, comp. di κάτω «in basso» e βλέπω «guardare»]. – Presso gli antichi, leggendario quadrupede africano, raffigurato col capo pesante sempre abbassato verso terra.

Che strana coincidenza. Ritrovo una parola e un’immagine che mi riportano agli anni del Popolo e Libertà (gli anni ’80 e ’90 del secolo scorso), alle discussioni molto ideologizzate tra progressisti e conservatori. Allora, «catopleba» era utilizzato per dileggiare il direttore e la redazione (ma non solo loro) ingiustamente accusati di non saper sollevare lo sguardo e di non accorgersi che (sull’onda della reaganomics) stava tornando il tempo del conservatorismo.

Oggi, questa immagine assume per me un altro significato. Per citare ancora Roberto Bonzio è l’invito a non restare aggrappato a granitiche certezze perché, nel grande mare dei cambiamenti e dell’innovazione, «i salvagenti di granito» non servono e, al più, trascinano verso il fondo.

È il tempo di sognare

«È il tempo di sognare qualcosa di nuovo».

In questi giorni di ricerca di una nuova normalità, attraverso Facebook, un amico  mi ha donato le riflessioni del suo Vescovo che sogna «comunità aperte, umili, cariche di speranza» (leggi qui).

Mi hanno colpito alcune parole che possono essere una bussola nella ricerca della «normalità post-COVID19»: comunità, dono, fiducia reciproca, rispetto della terra.

Lungo il cammino, non basta leggere «i segni dei tempi» ed ascoltare le parole dei maestri (nel senso di “magister”).
È importante concedersi pause, «attimi di silenzio e momenti di stupore di fronte alla bellezza delle montagne o di un fiore». O della forza vitale che spinge verso l’azzurro cielo.

 

Lo scopriremo solo vivendo

Vasi Comunicanti 2019 – Foto Karakorum, Varese

Per Agatha Christie «un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova». Ho letto diverse avventure di Hercule Poirot ma per anni non ho ascoltato le coincidenze, i loro messaggi o suggerimenti. Superati i sessanta, mi ritrovo più sensibile o forse solo più attento alle coincidenze.

Lo scorso autunno, tre coincidenze mi hanno suggerito il progetto di un nuovo spettacolo. Doveva essere ispirato ai Miserabili ma le circostanze hanno imposto alla regista e anima del progetto di lanciarsi in un progetto che attingerà alle esperienze di giovani migranti che vivono in Ticino e a quelle che abbiamo vissuto nella quarantena. Un percorso che promette di essere “un’interferenza” con il mio modo di pensare e di essere.

In questi giorni, altre tre coincidenze.

Negli incontri del lunedì con Luca Spadaro, Giorgio Thoeni e altri amici del Teatro d’emergenza affiorano spesso dubbi, speranze e riflessioni su cosa e come sarà il teatro nel “dopo COVID-19”.

Tra questi anche la proposta/provocazione di Gabriele Vacis, regista e direttore della scuola per attori del Teatro Stabile di Torino, di tenere aperti i teatri tutto il giorno e, il venerdì e sabato, anche la notte per permettere agli spettatori di assistere anche alle prove e fare del teatro un servizio sociale come la metropolitana o l’acqua potabile.

Ieri, in un webinar, ho “incontrato” per la prima volta Eugenio Barba e l’Odin Teatret. La sua personalità, la sua storia e la sua ricerca del «sapore del sapere» mi hanno affascinato. Mi sono sentito interpellato dalla visione del teatro come «politica fatta con altri mezzi», come strumento per cambiare la società rompendone gli schemi, rifiutare la discriminazione, creare nuove relazioni.

Infine, questa mattina, Facebook mi presenta la “nuova ripartenza” del Karakorum Teatro e dello Spazio YAK a Varese.
Ho avuto la fortuna di conoscere Stefano Beghi e Matteo Sanna in occasione della prima edizione del Festival Vasi Comunicanti da loro organizzato con la Fondazione Lombardi per il teatro. Una ripartenza, presentata da Rete55 (ascolta qui) e VareseNews (leggi qui), che ha molte assonanze con le provocazioni di Vacis e che riflette la relazione dell’Odin Teatret con il quartiere e i suoi abitanti, la ricerca di scambi e di un “baratto” di saperi, incontri, emozioni.

Non so quale sia il messaggio di queste tre coincidenze per la mia formazione culturale (e artistica). Ho seguito l’impulso di fissarle qui per non perderle.
Il resto, come dice Lucio Battisti “lo scopriremo solo vivendo”.