È il tempo di sognare

«È il tempo di sognare qualcosa di nuovo».

In questi giorni di ricerca di una nuova normalità, attraverso Facebook, un amico  mi ha donato le riflessioni del suo Vescovo che sogna «comunità aperte, umili, cariche di speranza» (leggi qui).

Mi hanno colpito alcune parole che possono essere una bussola nella ricerca della «normalità post-COVID19»: comunità, dono, fiducia reciproca, rispetto della terra.

Lungo il cammino, non basta leggere «i segni dei tempi» ed ascoltare le parole dei maestri (nel senso di “magister”).
È importante concedersi pause, «attimi di silenzio e momenti di stupore di fronte alla bellezza delle montagne o di un fiore». O della forza vitale che spinge verso l’azzurro cielo.

 

Lo scopriremo solo vivendo

Vasi Comunicanti 2019 – Foto Karakorum, Varese

Per Agatha Christie «un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova». Ho letto diverse avventure di Hercule Poirot ma per anni non ho ascoltato le coincidenze, i loro messaggi o suggerimenti. Superati i sessanta, mi ritrovo più sensibile o forse solo più attento alle coincidenze.

Lo scorso autunno, tre coincidenze mi hanno suggerito il progetto di un nuovo spettacolo. Doveva essere ispirato ai Miserabili ma le circostanze hanno imposto alla regista e anima del progetto di lanciarsi in un progetto che attingerà alle esperienze di giovani migranti che vivono in Ticino e a quelle che abbiamo vissuto nella quarantena. Un percorso che promette di essere “un’interferenza” con il mio modo di pensare e di essere.

In questi giorni, altre tre coincidenze.

Negli incontri del lunedì con Luca Spadaro, Giorgio Thoeni e altri amici del Teatro d’emergenza affiorano spesso dubbi, speranze e riflessioni su cosa e come sarà il teatro nel “dopo COVID-19”.

Tra questi anche la proposta/provocazione di Gabriele Vacis, regista e direttore della scuola per attori del Teatro Stabile di Torino, di tenere aperti i teatri tutto il giorno e, il venerdì e sabato, anche la notte per permettere agli spettatori di assistere anche alle prove e fare del teatro un servizio sociale come la metropolitana o l’acqua potabile.

Ieri, in un webinar, ho “incontrato” per la prima volta Eugenio Barba e l’Odin Teatret. La sua personalità, la sua storia e la sua ricerca del «sapore del sapere» mi hanno affascinato. Mi sono sentito interpellato dalla visione del teatro come «politica fatta con altri mezzi», come strumento per cambiare la società rompendone gli schemi, rifiutare la discriminazione, creare nuove relazioni.

Infine, questa mattina, Facebook mi presenta la “nuova ripartenza” del Karakorum Teatro e dello Spazio YAK a Varese.
Ho avuto la fortuna di conoscere Stefano Beghi e Matteo Sanna in occasione della prima edizione del Festival Vasi Comunicanti da loro organizzato con la Fondazione Lombardi per il teatro. Una ripartenza, presentata da Rete55 (ascolta qui) e VareseNews (leggi qui), che ha molte assonanze con le provocazioni di Vacis e che riflette la relazione dell’Odin Teatret con il quartiere e i suoi abitanti, la ricerca di scambi e di un “baratto” di saperi, incontri, emozioni.

Non so quale sia il messaggio di queste tre coincidenze per la mia formazione culturale (e artistica). Ho seguito l’impulso di fissarle qui per non perderle.
Il resto, come dice Lucio Battisti “lo scopriremo solo vivendo”.

Fortuna, competenze, buone relazioni

Credits: © 2019_WellComeHome_Demian_Bern

Ieri ho ricevuto un grande regalo!
Elena e Demian hanno condiviso le fotografie che raccontano l’esperienza e le emozioni di Well Come Home, lo spettacolo che ha animato le piazze e le strade di Fescoggia lo scorso mese di settembre.

Ho ripercorso tutto il cammino: i primi incontri a Vezio, le prove a Fescoggia, le rappresentazioni.
Chi desidera può rivivere alcuni di quei momenti a questo link.

In questi giorni di quarantena, nei quali mancano gli incontri con gli amici e gli abbracci, attraverso queste fotografie ho riabbracciato tutti coloro con i quali ho condiviso questa magnifica esperienza.

#distantimavicini ci interroghiamo su come sarà la normalità del “dopo COVID-19”. Non ho le risposte. A ciascuno potrebbe però essere utile la “benedizione” dell’improbabile sacerdote o sciamano: “Fortuna, competenze, buone relazioni, anche per voi“.

Verso Emmaus al tempo del COVID-19

Dopo l’incontro con Tommaso di domenica scorsa, oggi siamo invitati a camminare al fianco di due uomini che sconsolati si dirigono da Gerusalemme verso Emmaus.
Come loro, in questi giorni di quarantena per il COVID-19 siamo tristi e pieni di malinconia. Ci mancano gli incontri con gli amici, gli abbracci, i momenti trascorsi insieme alle persone più care.
#distantimavicini cerchiamo il senso di questa esperienza e abbiamo bisogno di vicinanza e prossimità per capire cosa succede e per immaginare come potrà essere il “dopo coronavirus”.
Mi lascio guidare dalla riflessione Alessandra Colonna Romano della Comunità Kairós (leggi qui il testo completo).

L’esperienza dei discepoli di Emmaus, raccontata dal Vangelo di Luca (Lc, 24,13-35), mi ricorda quanto sia importante, per ciascuno di noi, l’ascolto e la compagnia solidale.
In questi giorni di solitudine sperimento quanto basti una telefonata, la possibilità di un incontro (rigorosamente ad almeno due metri di distanza), un commento su uno dei profili social per farmi capire l’importanza del “dialogo e la disponibilità ad accogliere ciò che brucia nel cuore dell’altro“.

Da questa consapevolezza auguro a tutti che possa iniziare un nuovo cammino verso una vita nuova.
Per chi crede è un cammino verso “quel luogo dove il dono totale di Gesù è avvenuto, in quel luogo dove la comunità nuova dei discepoli ha inizio: Gerusalemme. Da qui si riparte come persone risorte, diventando
annunciatori di quella Parola che è vita e testimoni di un luogo dove incontrarlo: «Essi poi riferirono ciò che era accaduto lungo la via
e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane»”. (dalla riflessione delle Clarisse di Sant’Agata che vi invito a leggere qui)

Grazie, Donatella e… buona strada

Da Varese mi raggiunge la notizia della partenza verso altri cammini di Donatella, una delle persone che più si è spesa per la riscoperta e il rilancio della Via Francisca del Lucomagno.
Il suo esempio è stato da stimolo anche per noi della Svizzera italiana che abbiamo imparato a conoscerla e ad apprezzare le sue competenze umane e professionali.

Ricordo i momenti belli dei cammini lungo la Via Francisca ma anche i nostri numerosi incontri. Sempre discreta ma attenta a non far mancare una parola di sostegno e incoraggiamento.
Sapevo della sua malattia (affrontata con coraggio, silenzio e dignità) ma, con lei e i suoi cari, speravo che avrebbe vinto questa battaglia.

Adesso immagino Donatella che cammina leggera sulle strade di un’altra realtà, liberata dal dolore ma ancor più grande in quelle che sono state le sue virtù.
Grazie, Donatella.
Buona strada sulle vie del cielo ma, per favore, non lasciarci soli nel nostro cammino.

Un saluto e un abbraccio, carichi di affetto e di riconoscenza ai tuoi figli e ai tuoi cari.

(Per un più completo ritratto di Donatella vi invito a leggere il ricordo su Varese News)

La lezione di un filo d’erba


Oggi è la “domenica di Tommaso” (Gv 20, 19-31), una persona nella quale mi riconosco.
Scrive, Enzo Bianchi.
Tommaso “ha bisogno di vedere ma non di toccare le ferite di Cristo: quando infatti il Risorto lo precede e smaschera con misericordia la sua debolezza, Tommaso, vistosi amato persino nella sua incredulità, fa cadere le sue difese e formula una straordinaria confessione di fede: «Mio Signore e mio Dio!». E a lui Gesù riserva la sua ultima beatitudine, di cui anche noi siamo destinatari: «Beati quelli che crederanno senza avere visto». Sì, siamo chiamati a vivere la beatitudine di chi «vede» Gesù con gli occhi della comunità cristiana, riunita nel giorno del Signore e in ascolto della Parola di Dio contenuta nelle Sante Scritture, Parola di cui il vangelo è il centro, Parola che è Gesù Cristo”. (leggi qui).
Gioisco con Tommaso. Tuttavia, mi rendo conto che per essere tra i “beati che crederanno senza avere visto” mi manca ancora molto.

Tra le riflessioni proposte da AlzogliOcchiversoilCielo per questa domenica ho scelto quella di Ernesto Balducci (1922-1992) uno dei “magister” negli anni della mia formazione alla politica e all’impegno sociale. Un testo (leggi qui) riproposto dalla Fondazione Balducci a commento della Pasqua 2020.
Quasi una profezia dei tempi che stiamo vivendo e nei quali ci ripetiamo spesso che il “dopo COVID-19” dovrà essere diverso dal “prima”.

Scriveva Ernesto Balducci: “Dovrà cambiare l’uo­mo, dovrà – come dice il profeta – il cuore dell’uomo diventare, da cuore di pietra, un cuore di carne. È una speranza che noi alimentiamo soprattutto dall’evento che celebriamo perché esso dice che le cose mutano. Il senso intimo, antropologico della Pasqua è l’afferma­zione che le cose mutano. Non è vero che c’è una ne­cessità che governa tutto, la novità è la legge. Non mi importa che mi dicano: «Guarda che gli uomini da quando sono uomini si sono sempre ammazzati». Io dico che verrà tempo in cui gli uomini non si ammaz­zeranno”.

Abbiamo celebrato la Pasqua.
Eppure un canto quaresimale resta di grande attualità: “Donaci o Signore un cuore nuovo. Poni in noi Signor uno spirito nuovo”.
Ho bisogno di un cuore che mi aiuti a sapere “mentre parlo un filo d’erba mi cresce accanto alle scar­pe e in quel filo d’erba c’è più che in tutto il mio sorri­so freddo come un laser”.
#Buonadomenica #distantimavicini

 

Un nuovo Esodo, verso tempi nuovi

Esodo è il libro della Bibbia che racconta il lungo cammino del popolo ebraico dall’Egitto dove viveva in schiavitù alla terra promessa «dal Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe» (il Dio di ebrei, cristiani e musulmani).

Nei tempi della «modernità» abbiamo dimenticato il significato originario di questa parola. Per noi «esodo» (pasquale o estivo) è ormai solo sinonimo di un lungo serpente di auto incolonnate al portale della galleria del San Gottardo o lungo le autostrade: verso il mare o di ritorno verso casa.

E così, nella Pasqua di quest’anno, il COVID19, le raccomandazioni delle autorità e le frontiere chiuse, hanno quasi cancellato la parola «esodo» dall’infomania di questi giorni.

Eppure.
Eppure il tempo che stiamo vivendo può essere un nuovo Esodo, un tempo di passaggio tra il «prima COVID19» e un «dopo» ancora molto incerto.
Tutti speriamo che giunga presto; nessuno sa come e ciascuno ha una sua visione su come sarà, su quale strada prendere quando saremo davanti al bivio.

Ad alimentare questi miei pensieri contribuiscono le riflessioni sulla Pasqua dello scrittore Erri De Luca (leggi qui) che ho scoperto grazie ad un twitt di Boker or. Condivido (senza altri commenti) i passaggi che più mi hanno colpito.

«Quest’anno in quella terra di origine della storia sacra [la terra di Israele], come da noi, si celebra la festa di Pèsah, Pasqua, in condizioni di stretta clausura domiciliare. L’epidemia di febbri polmonari ha trasformato il racconto di una liberazione in quello di un isolamento.

Ma non per questo c’è smentita né contraddizione.

Anche nel condiviso divieto di spostarsi, si sta compiendo un viaggio. Si sta dentro un avvento, si va in un tempo nuovo.

Non sarà possibile dimenticare che la vita umana ha preso il sopravvento e la precedenza su qualunque legge del profitto e dell’economia. Non sarà possibile dimenticare il tempo incalzante in cui l’autorità e il potere spettano ai medici e non ai consigli di amministrazione.

Si sta dentro le nostre capsule nell’isolamento del deserto, al termine del quale affronteremo un bivio: tornare alla sicura servitù di prima, alla sottomissione generale al Faraone dell’economia.

Oppure inoltrarsi nella terra di una nuova libertà da sperimentare, una nuova alleanza tra la specie umana e l’ambiente che le permette vita».