Guardare la luna, coltivare speranze

LunaMatteo Renzi «vorrebbe “un partito che studia”, che stimola la formazione politica». Con questa frase, Aldo Bertagni ha catturato la mia attenzione e mi ha trascinato fino alla conclusione del suo «fondo» su LaRegione Ticino: è tempo di «rilanciare la politica per tornare a guardare la luna […] con il sorriso e la speranza dei giovani».

La mente ritorna al Congresso del Movimento giovanile PPD del 1978, ai miei impegni politici dei primi anni Ottanta.
Un congresso che si è diviso sulla necessità di avere e coltivare una «cultura politica» cioè metodi e strumenti per analizzare i problemi e formulare proposte ma anche per attualizzare e proporre in modo attuale i fondamenti dell’impegno politico: il federalismo, la sussidiarietà, l’insegnamento sociale della Chiesa.
La maggioranza (con la benedizione dei «maggiorenti del partito») decise altrimenti.

Sono passati più di 30 anni. Guardo disilluso la situazione attuale.

Chi ha responsabilità «di governo» (a livello cantonale o comunale) incontra sempre maggiori le difficoltà a staccarsi dalle preoccupazione del «giorno per giorno» per riflettere e ragionare sui grandi temi: la crisi economica, le opportunità per un rilancio, la struttura e i compiti dello Stato, la ripartizione di compiti e responsabilità (anche finanziarie) tra Cantone e Comuni. E la lista non è esaustiva.
Prevalgono le soluzioni semplici, la ricerca di capri espiatori (gli stranieri, i frontalieri), l’illusione che basta chiudersi su sé stessi e costruire muri per ritrovare una situazione idilliaca.

Anche noi abbiamo invece bisogno di «tornare a guardare la luna» per poter poi «seminare e coltivare speranze contro le paure».
Per questo dobbiamo tornare a piegare la testa sui libri, con una sola certezza: «so di non sapere»

Gina, una donna come tante

È il 1936. Davanti ad una specchiera di rame una giovane donna spazzola con vigore i suoi capelli neri. Sul viso riflesso dallo specchio si disegnano pensieri che volano lontano, oltre le barriere delle convenzioni e corrono vivi e veloci come purosangue sulle praterie del far west.

Lettera GÈ la scena iniziale di un romanzo con il quale Manuela Bonfanti racconta la storia di Gina e delle donne della sua generazione negli anni della Seconda Guerra mondiale, del dopoguerra, del boom economico e fino ai primi anni 2000.
Un periodo di grandi cambiamenti segnati per Gina da «La lettera G» e da tre handicap (per l’autrice «tre condanne»): è donna, è povera, non ha istruzione.

Per raccontare la storia di Gina, Manuela Bonfanti usa la scrittura con uno stile preciso fondato su un lungo e impegnato lavoro di raccolta e di verifica della documentazione. Dopo alcune pagine di riscaldamento, la capacità dell’autrice di non solo raccontare ma, soprattutto, di stimolare il lettore a vedere, mi ha rapidamente guidato fino ai titoli di coda di quello che mi è sembrato essere (anche) un ricco documentario, soprattutto quando la storia di Gina si intreccia con la Storia, cioè i fatti e gli avvenimenti della società, della politica, della Chiesa.

Questo romanzo è stato scritto ai tempi di Facebook, degli smartphone, degli sms e di WhatsApp. Ma anche oggi i sogni corrono come mustang nelle praterie; più veloci ma sempre irraggiungibili se non a costo di un duro lavoro su se stessi, di scelte coraggiose e a volte dolorose senza le quali, anche oggi, la vita di molte donne (e molti uomini) scorre incolore e insipida mentre attorno altri determinano la Storia.

Il lettore è subito avvisato: non ci saranno spettacolo, applausi o gloria. Le luci e la musica sono per altri palcoscenici: «se vi immaginate una storia straordinaria, richiudete il libro e riponetelo nella libreria. Gettatelo. O rivendetelo su e-bay».

La vita di Gina corre infatti sui binari della normalità di quegli anni: un lavoro fuori casa (cameriera in un’altra città), il matrimonio, la guerra, le figlie (e l’attesa del figlio maschio). I lavori domestici ritmano il cambio della condizione: donna, moglie, madre, suocera, nonna, vedova.

Nel libro ho così ritrovato fotogrammi della vita delle nonne e delle mamme di chi, come me, è da qualche anno ormai negli… Anta. Ed ho rivissuto momenti che hanno segnato anche la mia vita: l’arrivo della televisione, l’anno dei tre Papi, il sequestro di Aldo Moro, l’elezione in Consiglio Federale e le dimissioni di Elisabeth Kopp.

Mamma Gina deve confrontarsi con Arianna, la nuora: «una donna che seguiva la sua strada senza farsi fermare dagli ostacoli» che osava essere «quel puledro selvaggio che anche lei era stata e che aveva rinunciato ad essere in cambio di una buona reputazione». E che, come se non bastasse, sprecava il tempo «in attività inutili, come studiare», senza l’assillo di dare al marito anche il figlio maschio.

Le tensioni con la nuora sono inevitabili (condite anche da qualche piccola angheria) fino a trovare un punto di convergenza nell’incontro, nato per la comune passione per i fiori, con Priscilla. Anche lei ha studiato. Addirittura all’università per diventare architetto. Per lavorare ha persino rinunciato ad avere figli. E si diceva che fosse anche femminista e sovversiva.

Arianna e Priscilla portano nella vita di Gina una ventata d’aria fresca, un vento gagliardo che risveglia il suono degli zoccoli dei cavalli che nei suoi sogni correvano nelle selvagge praterie. Ma Gina non può o non vuole lasciarsi trasportare da quel vento.

Rimasta vedova, nonna Gina deve affrontare la decisione del nipote di rompere il fidanzamento con Giuliana. Un’onta resa ancora più grave dalla mancanza di motivi seri: semplicemente Patrizio non si sentiva più sicuro. Un peso insopportabile che Gina risolve assolvendo il nipote: la colpa è di Giuliana. «È lei che lo ha lasciato, è lei, quella puttana».

In questi tre momenti nella storia di Gina ho ritrovato donne che mi sono state vicine: nonne, mamma, zie.
Insomma: la storia di Gina è la storia di moltissime donne che se, senza il lavoro di Manuela Bonfanti, sarebbe rimasta anonima.

In tutto il libro, Gina non parla. Resta in silenzio anche se conosciamo i suoi pensieri.
Gli unici dialoghi sono con la sua coscienza e poi con Padre Attila dentro il confessionale «Mi perdoni, Padre, perché ho peccato. Ho ucciso».
Una confessione che accompagna le diverse sequenze della storia e apre le domande tipiche di un giallo: chi ha ucciso? Come? Quando? Come ha potuto sfuggire alla giustizia degli uomini?

Preso dal racconto della storia di Gina, dalla curiosità di scoprire il suo delitto, guidato dalla scrittura di Manuela Bonfanti il lettore giunge al 2005.
Davanti alla bara di Gina si svelano il perdono per il suo peccato, il suo inno all’amore e il suo vero nome.

E mentre scorrono i titoli di coda con le immagini di Gina finalmente libera di correre nelle praterie del cielo, la mente corre ad una delle domande che, nelle pagine iniziali, Manuela Bonfanti aveva posto sussurrandola appena: come sarebbe stata la vita di Gina se invece di scegliere il segno de «La lettera G» avesse avuto il coraggio di scegliere l’altra lettera?

Matteo Oleggini
27 maggio 2014

Manuela Bonfanti, La lettera G, Luciana Tufani Editrice

Povero Ponzio Pilato

Il mensile Confronti ha pubblicato 10 domande che Boris Bignasca ha ritenuto dense di diffamazione, calunnia e ingiuria. Dopo la denuncia, l’inchiesta si è chiusa con un decreto d’accusa.

Tutti esultano. La Lega dei Ticinesi per la “condanna” di una pubblicazione che ha preso di mira un suo esponente. Il direttore del mensile per avere evitato l’accusa di diffamazione, calunnia e ingiuria. Ammette però di essere stato accusato di “non avere impedito una pubblicazione con la quale è commesso un reato”.
In sintesi (in attesa delle decisioni della Procura penale):

  1. la pubblicazione delle 10 domande è un reato;
  2. la diffamazione, la calunnia e l’ingiuria sembrano accertate ma, per il momento, restano impunite perché non imputabili al direttore ma ad un anonimo estensore.

Raccontata così, è una situazione pilatesca (per non scomodare Kafka) che potrebbe anche essere il preludio per altri imbarbarimenti del vivere civile: d’ora in avanti, per evitare accuse di diffamazione, calunnia o ingiuria, basterà infatti usare uno pseudonimo e trovare chi si assuma in rischio di non impedirne la pubblicazione.

Fonti: gli articoli di Ticinonline con la reazione della Lega dei ticinesi e la risposta del direttore di Confronti. Manca il link alle domande per non violare l’art. 322bis del Codice penale.

Scrivere per il cliente

Nel 2004, mentre ipotizzavo di fare della scrittura un mestiere che non fosse il giornalismo, grazie ad una nota in un libro di Mirko Nesurini, ho scoperto Il blog del mestiere di scrivere, di Luisa Carrada: una fonte zampillante di consigli e stimoli, una miniera di ferri del mestiere, una finestra sempre aperta sulla scrittura professionale (utilissima per me che non mastico l’inglese).
Ogni post è una scossa che accende una fiammata d’entusiasmo. È successo anche con i 36 consigli per rendere lo Scrivere, un processo snello.

È la sintesi di quanto mi impongo ogni volta che scrivo un testo professionale:

  1. scrivere per il cliente;
  2. rendere chiaro i vantaggi per il cliente più che i meriti dell’azienda;
  3. eliminare gli sprechi, tenendo le cose semplici e pulite.

Ridurre gli sprechi (di lettere, parole, spazi) è un lavoro difficile e impegnativo, riassunto nelle massime di Steve Jobs (consiglio 29) e di George Orwell (31).
Due sono però i punti sui quali, personalmente, devo lavorare:

  • Elimina le parole inutili: non scrivere “nell’ipotesi in cui” quando “se” può andar bene (32);
  • Quando hai finito di scrivere, torna indietro e taglia il 20% (34)